L’Italia fa i conti con il rischio climatico: ecco quanto pesa sul PIL

La mancanza di interventi mirati per contrastare il rischio climatico rischia di presentare agli italiani un conto molto salato: secondo un’analisi realizzata da Deloitte, i danni diretti alle infrastrutture italiane causati dal cambiamento climatico potrebbero raggiungere i 5 miliardi all’anno entro il 2050. A seconda dell’intensità dell’impatto, potrebbe persino verificarsi una progressiva riduzione del Pil, compresa tra l'1,6% e il 6% entro il 2050. Se da un lato la Legge di Bilancio del 2024 ha introdotto per le imprese l’obbligo di stipulare una polizza contro i rischi catastrofali (e quindi a copertura dei danni derivanti da eventi naturali di particolare gravità come terremoti, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni), dall’altro però tra le piccole e medie imprese italiane solo il 14% ha adottato misure per la continuità operativa in caso di eventi estremi.
Le stime dei possibili danni da rischio climatico
Secondo il report di Deloitte “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”, realizzato con la collaborazione di esperti del Politecnico di Milano, dell’Università Ca’ Foscari e altri ancora, l’Italia, a causa della sua collocazione geografica nel Mediterraneo, è tra i Paesi europei in cui gli effetti del cambiamento climatico si manifestano più rapidamente: le principali proiezioni indicano un aumento delle temperature superiore ai 2°C rispetto ai livelli preindustriali già nel prossimo decennio.
In questo scenario i danni diretti alle infrastrutture italiane causati dagli impatti del rischio climatico potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro all’anno entro il 2030 e 5 miliardi all’anno entro il 2050. Considerando anche gli effetti indiretti, come l’interruzione dei servizi e gli impatti sulle catene di fornitura, il costo complessivo stimato si colloca tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050. Per il settore del turismo si stima invece una contrazione della domanda fino all'8,9% in caso di un forte aumento della temperatura media (+4°C), e perdite dirette per circa 52 miliardi di euro. In uno scenario di aumento della temperatura di 2°C, le perdite dirette stimate sarebbero di circa 17 miliardi di euro.
Se si guarda sul lungo periodo, il rischio economico per il nostro Paese è quello di una progressiva riduzione del Pil compresa fra l’1,6% e il 6% entro il 2050.
Come stanno reagendo le piccole e medie imprese italiane
Dall’indagine promossa da Deloitte e condotta da Ipsos-Doxa emerge che solo il 34% delle piccole e medie imprese intervistate attribuisce al tema un ruolo significativo e appena il 39% dichiara un’esposizione molto o abbastanza elevata ai rischi climatici fisici su un orizzonte decennale. Allo stesso tempo, solo il 14% delle Pmi italiane ha implementato misure a supporto della continuità operativa del business in caso di eventi estremi, così come appena il 10% ha introdotto azioni di adattamento per proteggere le infrastrutture. Da un lato alcune grandi imprese italiane mostrano livelli di maturità più avanzati rispetto al tema della sostenibilità e alla percezione del rischio climatico, dall’altro lato le piccole e medie imprese si stanno muovendo in ordine sparso con molte difficoltà.
In termini di investimenti dichiarati o pianificati, la strategia delle Pmi riflette una visione orientata su un orizzonte temporale di massimo di cinque anni (83%), per un importo complessivo inferiore a 100 mila euro entro i tre anni (77%). Le principali voci di investimento sono dominate dalle polizze assicurative (54%), seguite da interventi di adattamento infrastrutturale (23%) e da sistemi di monitoraggio del rischio (20%).
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