Attacchi informatici: ecco i marchi più usati come esca

Gli attaccanti informatici hanno bisogno di esche. Spesso, sono i marchi che siamo abituati a usare tutti i giorni: destano meno sospetti, danno l’illusione di comunicazioni attendibili e hanno una solida reputazione. In poche parole: sono prodotti e servizi di cui gli utenti si fidano.
La classifica
Secondo l’ultimo rapporto di Check Point Research, relativo al terzo trimestre 2026, il brand più usato per azioni malevole continua a essere - per distacco - Microsoft: da solo, concentra un terzo degli attacchi di phishing sui marchi monitorati tra luglio e settembre.
Alle spalle di Microsoft ci sono Apple, in salita di due posizioni, e Google, entrambi utilizzati nell’8% degli attacchi. Seguono LinkedIn (con il 6% degli episodi) e Amazon (con il 4%). Messi insieme, questi primi cinque brand rappresentano più della metà di tutti i tentativi di furto d’identità.
Tra i marchi più utilizzati negli attacchi di phishing ci sono anche YouTube, Facebook, Dropbox, WhatsApp e Adobe. Come risulta evidente dalla lista, il settore più colpito è quello tecnologico: e-mail, social network, e-commerce, servizi digitali.
Come stanno cambiando gli attacchi
Al di là della classifica, spiega Check Point Research, il terzo trimestre ha portato anche un cambiamento nelle tattiche. Gli autori degli attacchi si sono spacciati per piattaforme di intelligenza artificiale e per sviluppatori, utilizzando falsi avvisi di fatturazione e comandi di installazione malevoli. Altre campagne sono andate oltre il furto delle credenziali, convincendo le vittime a eseguire comandi da terminale o a installare autonomamente software legittimo per l'accesso remoto.
Nel loro insieme, affermano gli esperti, questi casi dimostrano perché il phishing basato sui marchi stia diventando sempre più difficile da contenere. Gli attacchi sfruttano la fiducia riposta in nomi familiari piuttosto che una vulnerabilità del software, combinando urgenza, branding convincente, domini simili e procedure di installazione apparentemente legittime per ridurre i sospetti. Dimostrano, inoltre, come l’obiettivo si stia espandendo oltre la raccolta di password e dati di pagamento, fino ad arrivare all’acquisizione del controllo diretto dei dispositivi.
Tutele e prevenzione
Le procedure di recupero dei propri profili e le assicurazioni informatiche (soprattutto per le aziende ma non solo) rappresentano una tutela. Ma, sottolinea il rapporto, con le offensive su vasta scala mosse con il supporto dell’intelligenza artificiale, “la prevenzione diventa più importante della riparazione dei danni”.
Le organizzazioni, consiglia Check Point Research, dovrebbero bloccare i messaggi di phishing prima che raggiungano le caselle di posta, monitorare la presenza di strumenti di gestione remota non autorizzati e scansionare il web alla ricerca di domini simili e pagine di accesso clonate, in modo che i siti fraudolenti possano essere rimossi prima di raggiungere i clienti.
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